Napolitano (e il Pd) non sanno fermare il tecnico che avevano voluto

Mario Monti e Pier Luigi Bersani, l’uno di fronte all’altro nello studio del professore ancora presidente del Consiglio per qualche giorno e forse – forse – già nume tutelare di una piccola costellazione di liste “per Monti”. L’incontro tra i due uomini è stato cordiale, ma duro nella sostanza. Ambienti vicini al segretario del Pd lo riassumono all’incirca così: “Ce ne importa poco di cosa vuole Monti, il presidente del Consiglio lo dovrà fare Bersani”. Lui, il segretario, invece la mette giù in altri termini di fronte ai giornalisti: “Monti è ancora in fase di valutazione, deciderà lui quello che vorrà dire. Per me va bene qualsiasi decisione vorrà prendere”.
16 AGO 20
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Mario Monti e Pier Luigi Bersani, l’uno di fronte all’altro nello studio del professore ancora presidente del Consiglio per qualche giorno e forse – forse – già nume tutelare di una piccola costellazione di liste “per Monti”. L’incontro tra i due uomini è stato cordiale, ma duro nella sostanza. Ambienti vicini al segretario del Pd lo riassumono all’incirca così: “Ce ne importa poco di cosa vuole Monti, il presidente del Consiglio lo dovrà fare Bersani”. Lui, il segretario, invece la mette giù in altri termini di fronte ai giornalisti: “Monti è ancora in fase di valutazione, deciderà lui quello che vorrà dire. Per me va bene qualsiasi decisione vorrà prendere”. Parole lontane, apparentemente, da quelle di Massimo D’Alema (“sarebbe immorale se si candidasse contro chi lo ha sostenuto”). Nel Pd c’è un po’ di nervosismo – eufemismo – intorno all’ipotesi di una candidatura del professore bocconiano alle prossime elezioni ed è anche per questo che Bersani lo ha voluto incontrare di persona dopo che Monti aveva a lungo parlato con Giorgio Napolitano domenica scorsa. Il segretario del Pd ha voluto sentire dal professore, con le sue proprie orecchie, quello che il premier aveva già spiegato al presidente della Repubblica. In sintesi estrema: non ho ancora deciso la formula, ma intendo avere un ruolo anche nella campagna elettorale e nella prossima legislatura.
Monti forse resta in politica, dunque, in un modo o nell’altro. Ed è abbastanza per infastidire gli ambienti del Pd più vicini al segretario, quei circoli solidamente socialdemocratici che da qualche giorno, indirettamente, nei loro colloqui privati, hanno manifestato irritazione nei confronti di Napolitano (che del governo Monti è stato il garante, il protettore, il grande regista). E’ soprattutto D’Alema, dicono, ad aver rivolto negli ultimi giorni parole critiche nei confronti del capo dello stato: Napolitano – dicono – ha plasmato “il mostro”, cioè il professor Monti, il Golem che si ribella ai suoi creatori, la figura mitologica che ora minaccia di indebolire quella vittoria “piena” che dalle parti del Pd fino a ieri ritenevano praticamente certa. Le malizie di corridoio, e gli spifferi, suggeriscono che, di rimando, il Quirinale tenga a sua volta il muso al professore. “Conferirò io l’incarico, mio malgrado”, ha detto ieri Napolitano nel discorso di auguri alle alte cariche dello stato. “Ma a quel punto – ha aggiunto il presidente – lo farò sulla base dell’esito delle urne”. Una affermazione logica, quasi ovvia, che trova forse la sua spiegazione nel contenuto del faccia a faccia di domenica tra Monti e il capo dello stato. Si dice infatti che nei colloqui dei giorni scorsi sarebbe emersa da parte di Monti la naturale predisposizione più a un ruolo esecutivo, di governo, che a un ruolo di rappresentanza istituzionale (il prossimo Parlamento dovrà poi anche eleggere il successore di Napolitano al Quirinale). Al professore gli ambienti del Pd hanno già fatto capire di essere disponibili a un accordo, in cambio di una sua più cauta (o nulla) partecipazione alla contesa elettorale. D’Alema e Bersani lo hanno detto: per il professore è pronto il Quirinale o in alternativa un incarico da superministro. Qualcuno teorizza persino l’ipotesi di una staffetta: prima Monti premier, e poi Bersani dopo un anno. Al professore gli amici hanno suggerito di non fidarsi, mentre quelli del Pd minacciano: se Monti non accetta non va né al Quirinale (dove molti vorrebbero riconfermare Napolitano) né a Palazzo Chigi.